Cioce con le ali

Periodico dell’Associazione Oltre L’Occidente

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sistema integrato di servizi culturali, riconosciuto regionalmente, in provincia di Frosinone, che comprende musei, archivi e biblioteche.

OLTRE L'OCCIDENTE

Biblioteca aperta al pubblico nel 2015, trasformata nel 2017 in biblioteca di interesse locale nell’ambito della Organizzazione Bibliotecaria Regionale, nel Sistema SBN – Polo RL1.

Periodico dell’Associazione Oltre L’occidente

Giustizia sociale e carcere

Intervista a Pasquale Troiano il 23/10/2024, in qualità di referente dell’area della giustizia della Diocesi di Frosinone e coordinatore del centro di San Paolo, sempre di Frosinone

D. Perché c’è stato bisogno di creare una area di giustizia della Diocesi all’interno del territorio?

Per i poveri in carcere che non potevano venire il nostro centro di ascolto; per cui abbiamo creato uno sportello d’ascolto in carcere che cerca di rispondere alle necessità dei detenuti. Questo è il motivo. Questo perché chi va in carcere e paga le pene, e deve però essere trattato con la dignità di essere umano; essa deve essere salvaguardata anche nel momento in cui sta scontando la pena… Invece non hanno vestiti, non hanno di che lavarsi…

Disse il garante dei detenuti del Lazio che in effetti i prodotti per l’igiene interna dovrebbe darli il carcere. Ma non li dà perché non ha soldi. Quindi noi prepariamo una risposta, anche con il colloquio di sostegno, molte volte con ragazzi che sono soli.

Abbiamo la percezione che tutti quelli che stanno in carcere sono tutti delinquenti e là devono rimanere…. Così non è. … Hanno fatto un reato e stanno scontando la loro pena. Una idea di giustizia un po’ vendicativa sotto questo aspetto. Però non esiste una giustizia riparativa, in altre nazioni la pena si quantizza pure con i soldi … forse sarebbe meglio così far cacciare i soldi se tu chiaramente hai fatto un reato non grave. Devi pagare alla società e alla vittima un contributo.

D. E sul territorio cosa avete fatto?

Abbiamo fatto il protocollo con il tribunale, per accogliere le persone che devono fare un percorso; praticamente un percorso legale come alternativa al carcere. Questo percorso deve costruire una relazione umana, molto importante perché bisogna entrare in relazione, essere amico…  come devo dire. Andare lì per portare una parola riconoscendo l’altro come essere umano. Non c’è solo uno scambio materiale Io ho ti do e tu mi dai. 

D. Quali sono i numeri che voi potete raggiungere. Per esempio quante persone sul territorio?

Noi abbiamo sempre come punto di riferimento le persone in difficoltà, le persone fragili che non hanno risorse esterne parentali ed economiche. Attualmente nel carcere di Frosinone sono tantissime. Da quando è stata tolta l’alta sicurezza ci mandano le persone più fragili, a volte senza scarpe senza vestiti. Entrano in carcere perché li trovano per la strada che hanno fatto qualche reato. Circa 150/200 persone che si trovano in difficoltà all’interno del carcere. Diamo 1200 kit, shampoo, rasoi, dentifricio spazzolino e deodorante. 

Questa attività si svolge anche in rapporto, buonissimo, con la direzione con l’area educativa e la polizia penitenziaria. Ad esempio giudicare la polizia razzista è far di tutta un’erba un fascio. Sottolineo invece che è proprio tramite loro, i poliziotti, che si segnalano i bisognosi. Abbiamo ottenuto un rapporto di fiducia. Ce lo siamo conquistati rispettando le regole, anche qualcuna in più che ci siamo dati come volontari. Qualsiasi cosa facciamo entrare passa nel canale di controllo di accettazione e autorizzazione, anche quando non necessario.

D. La Diocesi Da quanti anni fa svolge questo servizio in maniera strutturata

Successe che io andai in carcere un giorno per un evento. La Caritas in carcere non c’era, circa 20 anni fa. Mi chiesero aiuto, proprio una educatrice che c’è ancora oggi. Prima l’intervento era limitato all’intervento del cappellano, che entrava per la parte spirituale. Ma davanti a 600 detenuti o forse ancora di più cosa poteva fare? Allora cominciammo strutturalmente ad essere presenti in modo costante, con la piena apertura e disponibilità della Diocesi.

Andare a verificare il bisogno senza girarsi dall’altra parte devi sporcarti le mani, come si suol dire. Io sono molto inclusivo con tutte le associazioni Unitalsi, Siloe, Sant’Egidio, con Oltre l’Occidente, Nuovi Orizzonti, Giovanni XXIII, ho sempre avuto buoni rapporti perché insieme si può fare molto di più. Le risorse sono scarse.

D. Però il protagonismo cioè la responsabilità è sempre legata a qualcuno che apre la strada…

Ero quello più esperto. La scelta iniziale che ho fatto era quella di non presentarmi come Caritas ma come Pastorale penitenziaria cioè con il cappellano alla testa di un gruppo di associazioni. E non è stato poco.

Abbiamo redatto dei progetti e poi li abbiamo seguiti nel tempo. Sosteniamo un progetto importante ancora in atto, prima come Caritas italiana, adesso come Caritas diocesana: un accompagnamento dei liberanti detenuti. I momenti peggiori per chi va in carcere sono due: quando si entra e quando si esce; quando si esce aumenta lo stress, specialmente per chi fuori non ha nessuna risorsa familiare. Dove vado, che faccio? Quasi quasi qualcuno preferisce stare in carcere ad un certo punto… in carcere hai trovato una dimensione, stai tranquillo, magari lavori …C’è una forte forte paura di uscire. Uno stress non indifferente 

Abbiamo anche qualche caso di suicidio per chi stava per uscire. Sembra strano… C’è chi ha trascorso 10/15 anni in un carcere, ora dove va?  

Noi dal 2019 abbiamo aperto una casa di accoglienza con un progetto “Un’altra possibilità”. Solo per coloro che hanno scontato la pena, non per quelli in detenzione esterna.  Restituire alle persone momenti di accoglienza per ricostruire un “dopo” il carcere.

Siamo uno stato dove il welfare si sta distruggendo. Anche nei momenti più floridi per le politiche di welfare, per i carcerati, per chi esce e chiede un aiuto, non c’è mai stato alcunché.  Anche solo per l’aspetto egoistico, non umanitario, ma egoistico di non far reiterare il reato; un aiuto nel percorso di uscita, non c’è mai stato. Ai carcerati i soldi non gli sono mai stati dati. Per i bambini, gli anziani, i malati, giustamente sono stati dati, anche se oggi stanno finendo anche quelli, ma mai c’è stato un progetto dedicato anche temporaneo. Ci sono carcerati che escono senza una lira in tasca, senza nemmeno i soldi per l’autobus.

D. La criticità è questa infinita attesa, invece di esserci percorsi di recupero del detenuto…..

Oggi si parla tanto di giustizia riparativa. Ma l’Italia ha una giustizia riparativa approssimativa, contraddittoria anche per il beneficiato. La giustizia riparativa è qualcosa che ti permette di riparare al reato, ma deve essere un impegno della persona…. Tu che come me fai l’accoglienza delle persone deve sollecitare la persona ad un percorso etico di cambiamento, capisci che ti è stato dato un’opportunità di non andare in carcere? Ci deve essere un accompagnamento di una equipe che invece non c’è. Lo stato è assente.

SI stanno inasprendo la giustizia con pene per reati più lievi, ma anche adunate sedizione sit in… SI sa che queste persone non andranno in carcere, ma peggiorerà la situazione dei tribunali, già compromessa. Bisogna trovare altri strumenti per far sì che almeno i piccoli reati vengano risolti diversamente. Non saprei. Ma oggi non va.

D. Dopo di te che, quale prospettive di impegno hanno i volontari? 

Abbiamo una scarsa capacità di intervenire sulla società esterna. Per esempio non facciamo abbastanza opera di sensibilizzazione. Quando si parla con la gente, ti dicono che bisogna buttare la chiave… C’è una forte acredine nei confronti di chi commette un reato perché si pensa solo alla punizione, per questo bisogna introdurre la giustizia ripartiva. Noi vorremmo attivare dei tirocini per fargli acquisire degli strumenti lavorativi in modo che possano servirsi nel momento che escono…. deserto, non c’è adesione, nemmeno gratis. Qualche piccola cosa è stata fatta. E nei casi migliori li tengono sei mesi ma non hanno nessuna intenzione di continuare, che ci sia un dopo.

C’è qualcuno all’interno della società civile più sensibile capace di rispondere… ma hanno paura chiaramente; qualcosa che potrebbe divenire motivo di problemi e allora c’è titubanza. C’è qualcuno con molta più sensibilità che risponde ai bisogni, ma. e questo vale anche per gli immigrati, siamo una società completamente chiusa sulle diversità ma anche sul disabilità. Abbiamo accolto bene o male gli albanesi rumeni polacchi, perché un po’ sembrano simili a noi, ma per gli africani no. Nemmeno le badanti nere vogliono. Non ti dico gli alloggi… non si trovano. Solo alloggi fatiscenti che nessuno si affitterebbe. Prevale la paura alla sensibilità.

 Come rispondono le istituzioni a questa situazione …. Anche la Diocesi lo è e non è l’ultima arrivata

La Caritas mette al centro la persona. Una volta esisteva la POA Pontificia Assistenza che faceva appunto assistenza pura. La Caritas, che prende il posto della POA dopo il Concilio Vaticano II, aveva una idea diversa: il primo articolo dice che l’assistenza va superata. Non è possibile accettare per tutta la vita di mangiare in una mensa pubblica… Bisogna mettere al centro un progetto per la persona per il suo rientro in società. Questo è il metodo della chiesa civile cristiana.

Ascolto, ricevimento, accompagnamento ecco le fasi del progetto: per fare una visita indirizzando verso gli enti pubblici esistenti, verso i servizi presenti a cominciare da quelli dell’ente locale.  Invece adesso è il comune che indirizza da noi! Chi ti manda, mi manda il comune…. Vai alla Caritas che ti paga le bollette (!?!) Hai capito quello che è successo? è successo proprio il contrario di quello che era la metodologia basata sul confronto.

Noi siamo quasi tornati all’assistenzialismo puro: pagamento bollette, farmaci, visite da qualche medico amico… E’ risolutiva la cosa?  Il welfare diminuisce per tutti cambiando forma, chi ne soffre di più sono gli ultimi nelle ristrettezze se ti capita qualcosa in più entri in difficoltà. Una semplice rottura dell’automobile porta uno scompenso. Questi sono fatti continui. Non rari.