2017 Intervista a Angelino Loffredi, giù Sindaco di Ceccano e consigliere provinciale per il PCI
I : Dove siamo oggi a Ceccano, in questo luogo?
L.: Nel 1890, questo era un Convitto scolastico dove c’erano tante scuole e per finire anche il Liceo. Era stato fatto dal Marchese Berardi, grande proprietario terriero, il più grande imprenditore della provincia di Frosinone Deputato Senatore del Regno e Presidente dell’amministrazione provinciale di Roma. All’epoca, questo plesso edilizio, in grande linea simile a quello che voi vedete oggi, era adibito a residenza scolastica. Poi,nel 1895, il Berardi venne ucciso da un malato di mente a Roma, A quel tempo, era Presidente della Provincia. Successivamente, questo plesso, che, come dicevo, era della proprietà Berardi, venne venduto dagli eredi all’amministrazione provinciale di Roma, non so a quale prezzo. Quello che posso dirvi, invece, è che l’amministrazione provinciale di Roma lo trasformò da Convitto a Manicomio vero e proprio. Già dal 1904, qui esisteva un’attività manicomiale che si è sviluppata, appunto, dal 1904,fino al passaggio della ASL all’inizio degli anni Ottanta.
I.: Nel 1941 questa struttura era a pieno regime. Che significa l’espressione “a pieno regime”?
L.: Beh, il termine a pieno regime vuol dire che era in piena attività. C’è da precisare che la proprietà era della Provincia di Roma e quindi il Manicomio divenne succursale con tante forme di autonomia rispetto al Santa Maria della Pietà di Roma, quello di Monte Mario. Ecco perché anche questo si chiama Ospizio Provinciale Santa Maria della Pietà, alla stessa maniera di come viene chiamato quello di Roma. Anche oggi quello di Roma viene chiamato Santa Maria della Pietà. Aveva grandi forme di autonomia, forse pure amministrativa, però era sempre legato all’amministrazione provinciale di Roma.
I.: Che tu sappia, il percorso di questo Manicomio come è stato? Nel tempo ha aumentato o diminuito il numero dei pazienti? Ha avuto altri utilizzi? E com’era quando tu, successivamente, hai iniziato a interessarti di fatti sociali e politici?
L.: Era manicomio a pieno regime. Se “a pieno regime” è un termine che incuriosisce, ribadisco che a pieno regime vuol dire in piena attività. Posso portare dei dati del 1967, in particolare una interpellanza fatta da Giovanni Berlinguer,il fratello scienziato di Enrico Berlinguer, che era consigliere provinciale di Roma. Berlinguer diventa consigliere provinciale nel ‘65 e rimane tale fino al ’69. Nell’ambito della sua attività istituzionale, nel 1967 viene a Ceccano e fa una ricognizione del Manicomio e scrive: «A Ceccano nel 1967 ci sono 750 malati e due medici. I medici possono visitare i pazienti solo quando prendono una malattia infettiva e vengono ricoverati in infermeria. Per il resto i degenti stanno in 100-150 in un camerone che serve anche da refettorio». Ecco, questa è la prima fotografia che viene fatta, grandi cameroni con 100-150 persone. Poi c’è quest’altra precisazione: e sebbene il regolamento prescriva sei metri quadrati a persona, Berlinguer rilevava che ognuno ha a disposizione un metro e mezzo. I letti sono ammassati nelle camerate e in lunghissimi corridoi, anche privi di finestre, e i malati non hanno lo spazio per scendere senza passare sul corpo del vicino.
Per 40-50 degenti si ha un gabinetto, e con la precisione dello scienziato, Berlinguer indica anche le misure: due metri per uno. In compenso vige ancora l’articolo 50 del regolamento del 1936. Questo regolamento diceva che ai ricoverati che imbrattano le camere con le feci si deve praticare un clistere evacuante due volte al giorno in modo da privarli, e qui fa anche dell’ironia, del pericoloso corpo del reato. Un altro articolo, il numero 54, prescrive, scrive ironizzando sempre Berlinguer, che oggetti sovversivi – e indica quali possono essere gli oggetti sovversivi – come i libri, i calamai e le penne, devono stare sempre chiusi in un armadio speciale, o in un altro luogo lontano dai degenti. A essi non deve restare altra scelta che rimanere nei reparti con il volto inebetito, senza poter impiegare quel poco o quel molto di pensiero che riescono ancora a mantenere.
Ecco, questa era la situazione nel 1967. Quando già Basaglia avviava delle sperimentazioni a Gorizia, nel 1963, unica, qui la situazione era ancora in questa maniera.
I.: Tu questo hai potuto appurarlo negli anni, nella tua gioventù, nella tua azione politica successiva, oppure questo è rimasto nascosto o, come dire, non rappresentato sufficientemente nella città?
L.: No, veniva accettato come qualcosa di inevitabile, perché solo con gli anni Settanta si comincia a discutere, ad analizzare e a vedere meglio che cosa ha potuto significare la psichiatria come elemento di selezione, di emarginazione e di dolore. Qui, in questo manicomio, non c’erano solamente i malati psichiatrici. C’erano, certo, ma forse potevano essere una minoranza. Qui c’erano i ciechi, c’erano i sordi, in particolar modo c’erano i mutilati. C’erano i poveri, e questo luogo divenne un ricettacolo, divenne una corte dei miracoli di povera gente.
I.: Com’è la tua rappresentazione di questo luogo e che rappresentazione aveva la città di questo luogo?
L.: No, guarda, la città di questo luogo non aveva percezione di quello che anche io, con il senno di poi, e soltanto a seguito della mia attività politica, quando divenni consigliere provinciale, mi sono reso conto. All’epoca, il consiglio provinciale di Frosinone non aveva di proprietà nessun manicomio. I propri malati erano dispersi in Italia e prevalentemente dislocati nel manicomio di Guidonia, per il quale la provincia di Frosinone spendeva tanti soldi.
Però anche in chiave autocritica devo dire che solo a metà degli anni Settanta incomincia ad apparire con gradualità e con fatica questa necessità di andare a vedere che cosa significava in quel momento la psichiatria in Italia. Quindi io personalmente ritengo di aver incominciato a capire qualcosa dopo cinque anni che facevo il consigliere provinciale, perché non avevo visto dal di dentro nessun manicomio. Solo durante la campagna elettorale del ’75, attraverso un incontro che ebbi in campagna elettorale con uno psichiatra che si chiamava Ammanniti e che venne portato a Frosinone da Loredana Quattrini, che in quel periodo lavorava con il Paese Sera e si stava laureando, forse in psicologia; quindi, solo attraverso questo contatto mi si aprirono gli spazi, gli orizzonti per capire che il manicomio non era l’istituzione muraria e la segregazione di tante persone.
I.: Quindi, diciamo che all’epoca non c’era nemmeno un’idea di quello che accadeva, perché non c’erano parenti delle persone che vivevano qui?
L.: No, quelli che stavano qui erano pochissimi ceccanesi, i più, prevalentemente venivano da Roma. Però adesso tustai aprendo un altro discorso. Come in effetti la segregazione, questo modo di fare, in effetti veniva accettato anche dalle famiglie, visto che c’era un cortocircuito che si creava: il malato, più era segregato, più veniva trattato male e più era intrattabile. Quindi, la vita nelle famiglie era una vita dolorosa e faticosa, per cui il manicomio, potrei esagerare con questa formulazione, poteva essere inteso come una benedizione per le famiglie. Il malato veniva ritenuto spacciato, inguaribile e pericoloso. Era la cultura del 1904, la legge prevalente è la legge che al centro non mette la malattia, ma mette la pericolosità. Quindi quando uno veniva ricoverato, veniva ricoverato perché era pericoloso per sé e per gli altri. Il pericolo era il principio guida: il malato che veniva considerato pericoloso veniva fortunatamente segregato.
I.: Tu però hai fatto un percorso,e sei diventato addirittura sindaco di questa città.
L.: Sì
I.: Qual era a quel punto il tuo rapporto con questa istituzione?
L.: Bè, il rapporto con l’istituzione è un rapporto che nel tempo diventa direttamente legato alle modifiche che c’erano state. Nel 1978 si apre una questione nuova: i malati di mente non vengono ricoverati nei locali chiusi, ma in effetti vengono assistiti, vengono curati dentro gli ospedali civili dove si crea quello che non so se si chiamava reparto o qualcosa di simile, per quindici posti. Il malato acuto con un atto coatto veniva ricoverato, ma c’era una procedura molto complicata. Non era facile il ricovero. Esistevano due firme, per ultima quella del sindaco. Però c’era il concetto dell’integrazione, per cui la psichiatria non era separata dalla sanità in quanto tale, ma veniva invece indirizzata dentro l’ospedale civile, dove si stava per quindici giorni, poi si poteva uscire e poi rientrare. Qui si aprono altre questioni: questa procedura, garantista per un modo, non garantisce la salute e la cura, perché si aprono questioni nuove legate alle strutture in provincia di Frosinone. Quando parliamo della legge 180 contestata, immediatamente dobbiamo andare a vedere in quale realtà è stata applicata e come. Laddove c’era una struttura sanitaria già allora forte ed efficiente, e scusa se vi dico che questo accadeva nelle regioni rosse, perché in effetti c’è anche la politica che tende alla prevenzione, alla cura sul territorio e non nel manicomio. Nelle regioni meridionali, per motivi vari, la politica della prevenzione non è una politica che si fa. Quindi i malati non hanno una cura che poteva essere anche domiciliare, casa-famiglia, attraverso le presenze dei Centri di Igiene Mentale, perché questa politica immediatamente non viene accolta prima dalla provincia negli anni precedenti e poi dalle stesse ASL, dove questo percorso è un percorso molto faticoso e che va avanti con grandi difficoltà. In effetti, il dominio, l’egemonia, la forza rimane ancora quella delle Case di Cura private, perché è vero che in quegli anni c’era il Santa Maria della Pietà a Roma, però c’erano anche gli istituti di Guidonia, e poi c’era un altro istituto privato in provincia di Frosinone, enti per i quali credo che la provincia di Frosinone pagasse dieci miliardi all’anno nel 1977, e qui si apre quest’altra questione per chi vuole indagare.
Come la struttura economica-sociale-finanziaria e politica è dura ad essere smantellata. Perché in queste realtà si accumulano potere, interessi, soldi, clientele. Ecco perché la politica della deistituzionalizzazione, così come si chiamava, era una politica difficile. Era più facile far rimanere un ospedale. Nell’ospedale, quanto si paga per la refezione? Quanti soldi vengono dati ai fornitori, di benzina, di nafta? E quanti soldi vengono dati per la lavanderia e per altre questioni come per i lavoratori che stanno qui dentro? Adesso apro anche l’altra questione, visto che tu sei molto curioso. Io qui non ho mai avuto un appoggio dei dipendenti, neanche di quelli comunisti, di quelli che la pensavano come me e che apparentemente non contestavano, però guardavano con pericolo il futuro. Perché il futuro rimaneva incerto.Qui il manicomio, con quelli che se la facevano addosso, con quelli che venivano poi innaffiati con l’acqua per poter essere puliti, con i sudici, perché c’era un reparto di sudici, tutto questo garantiva il meglio,più del nuovo, dove il nuovo era anche affidato a nuovi studi, al nuovo sapere, alle nuove tecniche, alla nuova concezione della sinistra.
I: Eccezionale quello che dici: la città vive economicamente grazie al manicomio. È un aspetto che mi interessa molto, ma ci arriveremo meglio dopo. Ora vorrei che ci parlassi di quando Basaglia venne a Ceccano. Deve dimostrare che la chiusura, la deistituzionalizzazione produce un effetto per le persone, un effetto diverso.
L.: Nel 1976, alla Regione Lazio c’è un cambio di gestione politica. C’è un’amministrazione di sinistra, con dentro anche rappresentanti del Partito Comunista. L’assessore alla Sanità si chiama Giovanni Ranalli. E quindi nel 1976 l’amministrazione è di sinistra, e nel 1978 viene approvata la legge 180, che lavora per la deistituzionalizzazione.Io ricordo di aver partecipato subito perché allora il Partito Comunista era un partito, non era, insomma, come adesso. All’epoca facevo parte del comitato regionale ed ero capogruppo già alla Provincia e la settimana dopo facemmo una riunione al comitato regionale del Partito. Relatore fu Cancrini, all’epoca ai servizi sociali o alla scuola, non ricordo, comunque il relatore fu lui. C’erano anche Ranalli, assessore alla Regione, e Nando Agostinelli, che era assessore alla provincia e che dirigeva l’ospedale qui a Ceccano. Ci fu questa discussione sulla 180, perché si navigava verso la deistituzionalizzazione e vennero alla luce anche delle difficoltà. Sto parlando del 1978. Credo che alla fine del 1979 oall’inizio del 1980, la regione Lazio fa una convenzione con Basaglia e quindi Basaglia viene nel Lazio. Io, con il Sindaco d’allora di Ceccano, il 9 febbraio andiamo a sentirlo a Roma presso la sede della regionee parlammo e ci mettemmo d’accordo con lui per farlo venire a Ceccano, dove c’era un nucleo importantissimo. Basaglia capisce al volo la necessità e arriva qui a Ceccano, il 12 febbraio, quindi dopo tre giorni Basaglia arriva e si incontra con i dipendenti. Ora, io ricordo questo incontro che fu preceduto anche da parecchia diffidenza, però, se tu avessi conosciuto Basaglia ti saresti reso conto che era impossibile resistergli. Se Basaglia ti piazzava quegli occhi addosso, occhi che non saprei neanche descrivere, e che però calamitavano, erano magnetici, e quindi ricordo che in questo incontro non ebbe contestazioni. Non ebbe contestazioni perché ad ogni problema sollevato era in grado, con quella sua calma, senza mai usare toni alti, ma molto suadenti, di convincere che non si andava verso l’abisso, non si andava verso il vuoto, ma verso un mondo migliore. A cominciare dalle condizioni di vita di chi lavorava dentro il manicomio.
Io sto parlando di un incontro fatto a febbraio. Forse in quei giorni lui seppe dalla sua malattia, perché Basaglia morirà nell’agosto del 1980.Sei mesi dopo, quindi. Lui riuscì anche a fare una regolamentazione, che non ho studiato, però so che lui si adoperò per poter regolamentare questi rapporti. Poi, in effetti, è diventato tutto più difficile perché a livello nazionale questo processo di deistituzionalizzazione cominciò ad avere dei contraccolpi Non dimentichiamo che il 1978 è l’anno più forte dal punto di vista delle conquiste sociali. Il 1978, purtroppo, è anche l’anno della morte di Aldo Moro, per cui a quel periodo, tanto contestato da alcuni che non hanno mai visto niente di quello che si verificò in quegli anni, noi dobbiamo la riforma sanitaria, che è di qualche mese dopo la 180, e quindi la morte di Moro significò anche la fuoriuscita dei comunisti dall’area di governo. Cominciarono, insomma, gli anni del pentapartito, che sono gli anni della regressione Tanto è vero che oggi qualcuno in chiave molto spiritosa dice: «avevamo fatto la rivoluzione e non ce n’eravamo accorti».
I: Vorrei chiederti ancora una cosa, e cioè, com’è avvenuta la chiusura di questo luogo: è avvenuta lentamente?
L:È avvenuta lentamente, sì. Nel 1978, chi stava qui dentro, non è stato mandato via improvvisamente. Non è stato cacciato. È rimasto qui dentro, ed è andato via per esaurimento.
I: Perché però questa memoria, che pure ha rappresentato anche economicamente un pezzo di vita e un pezzo di società importanti, tra l’altro di fronte a un altro pezzo di società che era questa grande industria nel pieno centro della città; perché questa memoria scompare? Anche nell’addobbo, nelle strutture ,è stato divelto tutto…
L: La questione della memoria è molto più complicata. È molto più complicata perché in effetti in questo paese, per esempio, ma a grandi linee anche in provincia di Frosinone, se tu vai a vedere l’attività fatta da Maurizio Federico, ben poche persone hanno dedicato il loro tempo a ricostruire la memoria. Qui, se noi eliminiamo la forza di Federico, di Maurizio, per quanto riguarda Frosinone, per quanto riguarda altre attività, e se poi vediamo l’attività fatta dall’Istituto di Studi del Lazio meridionale, quello di Gianmaria, e se poi andiamo a guardare, che è di natura diversa, anche l’attività che viene fatta a Sora, oppure a Cassino, beh questi centri svolgono una vita pure grama, perché i soldi non esistono. E poi c’è una scarsa predisposizione a ricordare e a scrivere. E non vorrei essere maledetto, però nel passato chi ha scritto sono stati prevalentemente uomini legati alla chiesa, sacerdoti. Il centro culturale di memoria più forte oggi è a Cassino, ed è legato a quella realtà, non solo economica, ma anche religiosa. Devo dire che anche in mezzo a noi Comunisti, le persone che hanno scritto e che scrivono tutt’ora sono poche. Cioè, l’attività di ricerca è un’attività faticosa: tu che ti stai impegnando,ti accorgi come cominci, poi però è difficile pure finire, collegare, avere il tempo, perché non esistono ricercatori remunerati e pagati che possono fare i ricercatori-ricercatori. Potrebbero essere i centri universitari, i professori universitari, però non mi sembra che questa sia un’attività molto seguita.



