Abdelhafidh Oussaifi Presidente dell’ANOLF
protagonista e testimone di 40 anni di migrazioni sul territorio. Intervista dell’11/11/2024
P. Le prime migrazioni, di cui te sei stato testimone, vengono soprattutto dal Nord Africa e dai paesi dell’Est. A tanti anni di distanza, qual è la situazione di queste persone dal punto di vista economico sociale e culturale?
A. Le prime migrazioni cui ho assistito sono avvenute nel 1989. Anche già nel 1986 ci son stati arrivi dal Marocco, dalla Tunisia, pochi dall’Egitto e solo da alcuni paesi dell’Est, poiché questi stati ostacolavano la partenza dei loro cittadini. Sono stati per 4 anni senza documenti. Nel 1989 c’è stata una sanatoria con cui sono stati regolarizzati circa 300.000 immigrati. La documentazione era semplice: bastava dimostrare di essere arrivati in Italia prima della sanatoria e di avere un lavoro. Poi sono seguite altre sanatorie nel 1996, 1999, 2002, 2012, 2014. L’ultima è stata nel 2020. I primi che sono arrivati hanno adesso tra i 60 e i 70 anni e hanno trovato la loro strada senza essere accompagnati da nessuno né nell’integrazione, né nel ricongiungimento familiare, né nello studio dei figli. Alcuni hanno avuto grandi difficoltà e sono tornati indietro: il 20% dei marocchini e quasi tutti i polacchi, per esempio, riescono a guadagnare 1.200 euro di stipendio anche nel loro paese. Negli anni ’90 l’unico modo per entrare in Italia dai paesi dell’Est, era attraverso il matrimonio. Poi con il Papa e l’Unione Europea, il loro ingresso è stato facilitato. Prima dell’adesione all’unione europea, hanno facilitato l’ingresso senza visto e sono venuti polacchi e rumeni che sono stati regolarizzati con l’adesione. Anche loro hanno avuto problemi di integrazione e di permesso di soggiorno. Gli albanesi e i rumeni lavorano molto nell’edilizia.I nord africani si sono dedicati, invece, al lavoro autonomo come commercio, ristorazione, negozi multietnici. Uno degli albanesi arrivato tra i primi, ha aperto un’azienda per la lavorazione del ferro e ha eseguito i lavori per lo stadio a Frosinone. Molte donne immigrate svolgono il lavoro di badante. Una difficoltà per gli immigrati è essere accolti, anche perché chi parte sa che deve adattarsi a una diversa cultura. Per chi viene dall’Est Europa è più semplice.
P. Ho l’impressione che chi viene dai paesi dell’est sia più disponibile ad essere sfruttato dalla nostra economia, mentre i nord africani vengono da un’economia di comunità fa più fatica a fare lo stesso. Anche soffrendo, perché queste comunità hanno avuto difficoltà economiche.
A. I marocchini sono arrivati negli anni ’90, quando non c’erano i grandi centri commerciali, quindi c’è stato il boom del commercio ambulante anche nelle campagne. Quelli che li hanno succeduti, visto che c’era guadagno, li hanno seguiti in questo lavoro fino al 2010. Adesso questa attività non rende più. Alcuni di loro sono anche nell’edilizia. Gli uomini nord africani arrivano da soli e poi fanno venire il resto della famiglia. Le famiglie albanesi vengono insieme.
P. Mentre chi veniva dall’est era già abituato alla nostra idea di cultura industriale, chi veniva dal nord Africa ha avuto difficoltà ad essere accolto aveva dei valori in più. Come hanno affrontato il problema della lingua, della religione, dei proprie tradizioni?
A. Ci sono stereotipi come vu cumprà o la delinquenza albanese. In realtà dobbiamo considerare ciò che il territorio offre. E qui non offre quasi nulla, neanche per la scuola o la sanità. E bisogna affrontare questi problemi da soli. Tra le difficoltà maggiori c’è la parte amministrativa. E ora in questo settore non funziona nulla. Ci sono persone da 20 anni in Italia che si trovano allo stesso livello di chi è appena arrivato. Ci vogliono 2 anni per aggiornare il permesso di soggiorno. Dopo la pandemia Covid in tutta Italia non si riescono a ottenere i ricongiungimenti familiari.
Abbiamo scritto, con tutti i sindacati, una lettera al questore per questo motivo. Dopo la richiesta di permesso di soggiorno, passa un anno prima che prendano le impronte digitali. Poi passano altri 7-8 mesi per avere il permesso e quando lo si prende, è scaduto. Se si richiede il ricongiungimento familiare per la moglie e un figlio, se dopo 7-8 mesi nasce un altro bambino, bisogna fare un’atra domanda e passano altri mesi prima di avere la risposta. Per esempio un ghanese ha fatto la domanda di ricongiungimento con la moglie e il figlio 16 mesi fa. Poi è nato un altro bambino ed è arrivato il nulla osta. Il permesso vale per 6 mesi, ma l’ultimo nato no lo ha e non può venire in Italia. La madre ha dovuto lasciare il neonato in Ghana e partire prima della scadenza del permesso. Il problema della documentazione è anche il costo: la cittadinanza costa 250 euro, il permesso di soggiorno costa 130 euro e costa anche all’amministrazione pubblica. In prefettura non si entra, né avvocati, né associazioni. Se si scrive, non rispondono. Era meglio negli anni ’90 o negli anni 2000. I diritti vengono negati e fanno lavorare gli avvocati. C’è sta l’assunzione di giovani in questura e in prefettura che non sono stati formati, per cui manca la preparazione e l’esperienza che hanno i più anziani che sono andati in pensione. La conseguenza è che rigettano le istanze anche a torto, tanto non rispondono personalmente ma al limite lo fa lo stato. Se c’è un rigetto a torto, si fa ricorso e in caso venga riconosciuto l’errore, le spese legali le paga lo stato. C’è un peggioramento dal punto di vista amministrativo.
Nel 2020 c’è stata una sanatoria. Per i problemi amministrativi, bisogna avere l’aiuto di un amico che possa far andare avanti la pratica, di un avvocato o …in altra maniera. Questi sono comportamenti assolutamente sbagliati. Noi, come sindacato, abbiamo scritto una lettera al Questore e al Prefetto, in con cui denunciavamo questa situazione. A questo servono le associazioni. Agli avvocati sta bene che le cose vadano così, perché più problemi ci sono, più loro lavorano. Le associazioni difendono i diritti delle persone e si battono per l’applicazione della legge.
P. Cosa si deve fare per rendere subito cittadini i nuovi venuti?
A. Per l’integrazione, bisogna migliorare la situazione amministrativa perché toglie tempo e risorse economiche. Prendiamo per esempio il rinnovo del passaporto: fino a qualche tempo fa ci volevano diversi mesi, adesso si fa in una settimana. Perché per il permesso di soggiorno o per il ricongiungimento familiare non si adotta questo sistema? Noi stranieri siamo stati penalizzati dal sistema informatico; l’agenda elettronica è gestita dagli impiegati della prefettura e della questura, che decidono a quante persone dare appuntamento. Anche alla ASL è lo stesso. Una volta si faceva la fila e si usufruiva dei servizi. Ora non è più così.
P. Quali sono le differenze tra le vecchie e le nuove migrazioni? Quali sono le prospettive?
A. Prima l’immigrazione era più semplice, adesso è più complicato. Come ci si può integrare adesso? E’ impossibile. Per avere la residenza, se si lavora fuori, bisogna saltare almeno una settimana di lavoro per farsi trovare in casa quando la polizia locale viene a controllare. Prima i bambini nati in Italia avevano il permesso di soggiorno per 10 anni. Adesso lo hanno per 2 anni e quando deve rinnovarlo loro, deve farlo tutta la famiglia. E’ tutto più complicato.
P. Dopo tanti anni di accoglienza da parte delle cooperative, qual è il risultato?
A. Le cooperative sono precarie, come pure i loro dipendenti. Se il richiedente asilo si lamenta perché mangia tutti i giorni lo stesso cibo, basta una lettera scritta dalla cooperativa e viene mandato via. Quando finisce l’ospitalità, i ragazzi si trovano fuori senza scuola, senza sapere la lingua, senza lavoro. Ci sono fondi stanziati per la formazione che non vengono usati neanche per insegnare l’italiano. La lingua è fondamentale per i lavoratori, per le madri, per chiunque venga a vivere qui. I risultati delle lezioni al CPIA sono scarsissimi.
Io ho avuto la fortuna di lavorare per una fabbrica che mi ha dato la possibilità di muovermi, altrimenti non avrei potuto sostenere gli altri immigrati.
P. Qual è il rispetto della cultura dell’altro? Quale futuro del Centro Culturale islamico che la comunità musulmana frusinate vorrebbe costruire?
Per la costituzione del Centro per l’integrazione culturale, i musulmani hanno raccolto soldi. Quello che manca è l’autorizzazione a investirli in un luogo preciso. Ogni volta che andiamo presso l’Amministrazione a chiedere l’autorizzazione per realizzare in luogo di culto, nessuno ci dice esattamente cosa dobbiamo fare. Ultimamente abbiamo comprato un terreno presso Viale America Latina con i nostri soldi. Ma i vicini (che non son poi tanto vicini), hanno contestato all’ex sindaco: non vogliono una moschea vicino alle loro case e vicino alla scuola materna.
Cinque anni fa, l’ex sindaco ci propose di acquisire la parte di terreno vicino alla scuola e darci in cambio un altro terreno con locali e con l’autorizzazione. C’è una delibera ufficiale sulla permuta del nostro terreno con un altro, hanno individuato il posto vicino al parcheggio del nuovo ospedale. Il terreno risulta di proprietà della ASL, del Comune, dell’ex proprietario e della regione Lazio. I proprietari non si mettono d’accordo per la cessione. Il terreno stesso su cui sorge il nuovo ospedale, risulta ancora essere del vecchio proprietario. Ci hanno messi in una pastoia burocratica da cui non riusciamo a districarci. Quindi, pur avendo noi finanziato la costruzione senza chiedere neanche 1 euro all’amministrazione, siamo costretti a continuare a tenere la nostra moschea in un garage. Lì non c’è neanche il parcheggio, quindi ci sono lamentele dei vicini sulle automobili, i quali a volte vengono durante la preghiera a chiederci di spostarle.
P. Quali secondo te, sono le prospettive?
A. Non abbiamo alternative alla pazienza. Siamo delusi, con la speranza che le prossime generazioni possano trovare una soluzione. Ad oggi non vedo prospettive di miglioramento per gli immigrati. Gli affitti degli alloggi sono più costosi e più difficili da trovare. Ci sono persone che dormono in 5-6 nella stessa stanza, perché, nonostante il contratto di lavoro e la busta paga , non trovano case in affitto. Almeno così è a Frosinone, dove si preferirebbe stare in alternativa ai piccoli paesi, magari in montagna.
La moschea di Frosinone è stata anche un ammortizzatore sociale. In quel garage dove abbiamo messo la moschea, per la prima volta in Italia è stato sentito l’inno nazionale con cui nel 2003 abbiamo accolto il prefetto con i bambini immigrati che lo cantavano. C’è quindi un buon rapporto con le istituzioni che però non si concretizza con un miglioramento nella nostra situazione. Addirittura 5 o 6 anni fa, nel suo discorso di fine anno, il prefetto ha invitato pubblicamente a trovare una soluzione al nostro problema. Ma tutto è rimasto com’era. I “garage” (le nostre moschee) ci sono anche a Sora, Cassino, Priverno.
Ci sono anche piccole comunità religiose nigeriane che si organizzano da sole. Svolgono un ruolo importante, ma sono le più difficili ad adattarsi.
Bisognerebbe che anche le istituzioni interloquissero con le loro associazioni. Non c’è alternativa.



