Cioce con le ali

Periodico dell’Associazione Oltre L’Occidente

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OLTRE L'OCCIDENTE

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Periodico dell’Associazione Oltre L’occidente

Il cittadino che non c’è

7/1/2012, Interventi di Nazzareno Guarnieri, Presidente della Federazione Romanì, e Umberto Spada, mediatore della comunità Rom di Frosinone

Guarnieri inizia il suo intervento con due riflessioni. La prima: “La conoscenza delle popolazioni del nord e del sud del mondo, da noi, è molto avanzata. Sappiamo chi sono, conosciamo le loro dinamiche. Non conosciamo nulla, dei rom, i cittadini non ne sanno niente ed è così da decenni. La seconda riflessione riguarda il livello della democrazia, che si misura da come un Paese tratta gli “ultimi”, se gli ultimi in questione sono i Rom vuol dire che la democrazia in Italia è messa male. A Roma si sono spesi milioni di euro per l’acquistato di containers necessari all’allestimento dei campo nomadi. Poi, a distanza di un anno, sono stati effettuati blitz con le ruspe per distruggerli.

La  questione  Rom, bisogna ricordare, è un fenomeno sconosciuto, nel disinteresse della politica. Ci sono state delle associazioni impegnate ad occuparsi del problema ma non hanno fatto altro che arrecare danni profondi alla comunità. Ciò perché l’approccio è stato viziato da  un’interpretazione fallace della popolazione Rom, ossia dalla convinzione che essa sia nomade a prescindere. Il frutto di questa valutazione sommaria è stata l’adozione del campo nomade. La  popolazione Rom non è nomade, dunque il ricorso alla  segregazione è inadatto e dannoso.

Soluzioni vere esistono ma devono avere il supporto della politica, delle istituzioni e della società civile. E’ disarmante vedere della cooperative, del tutto inadeguate, incaricate di gestire campi nomadi, percepire 100-120.000 euro al mese. Sarebbe da denunciare chi ha avallato questo enorme spreco di denaro pubblico. E’ vergognoso assistere all’attività di alcuni comuni i quali preferiscono dialogare con delle associazioni di scopo ma evitano di interloquire con delle professionalità rom. Non affrontare in modo adeguato il problema significa rimandarlo. Un bambino Rom, non avviato alla scolarizzazione, in futuro graverà sullo Stato quando inevitabilmene finirà in carcere. Mentre l’avviamento all’istruzione costa 10, la gestione in carcere costerà 100 con un inevitabile aggravio dei costi. Se oggi si lascia al suo destino una famiglia priva di aiuti, in futuro i loro membri saranno destinati a delinquere, con un aumento dei costi per la detenzione.

In realtà la comunità rom è diventata strumentale alla ricerca consenso politico. Ad ogni tornata elettorale il candidato di turno promette di cacciare i rom, poi durante le visite nei quartieri, incontrando una famiglia rom assicurerà che quella, e solo quella, non verrà cacciata purché gli dia il voto. E’ una miseria morale – osserva Guarnieri.

Io vengo dall’Abruzzo e stiamo lavorando nel territorio a soluzioni veramente interesssanti. Se si vuole affrontare veramente la questione rom ci sono ampie possibilità di mettere in campo politiche efficaci. Non è semplice, anzi è molto complicato, ma con il coinvolgimento di tutti i soggetti: istituzioni, politica, società civile, professionalità dedicate e le organizzazioni rom, ci si può arrivare con giovamento per l’intero  territorio.

Un esempio virtuoso in questo senso può essere l’Abruzzo. Nel 2003 presentammo un progetto atto a riunire, in un processo federativo, tutte le associazioni Rom presenti. Nel 1983 esistevano una o due associazioni di questo tipo, a Roma, Mantova e Pescara. Oggi nel 2012 ce ne sono una cinquantina che aderiscono a due federazioni. C’è molto da lavorare ancora. Molte di esse sono poco professionali, altre sono a semplice conduzione familiare. In ogni caso ciò dimostra una crescente consapevolezza nei Rom sulla necessità di organizzarsi e lottare per la rivendicazione dei propri  diritti. Certamente si tratta di acquisire delle professionalità, ma sta di fatto che in Abruzzo sta nascendo una realtà molto interessate.

In Abruzzo e Molise ci sono più di 6000 Rom, circa 700 famiglie. Solo a Pescara le famiglie sono 250 qui: in pratica il 2% della popolazione è Rom. Tutti  alloggiati  nelle case: rom, rumeni, kossovari, macedoni. Non esistono campi nomadi, non sono mai esistiti. Attraverso una protesta che abbiamo portato avanti io ed un altro ragazzo, incantenandoci davanti al comune abbiamo ottenuto la costruzione di case in luogo della realizzazione di campi nomadi – spiega Gualtieri. Oggi a Pescara, ma anche in altre città, il numero di alloggi popolari è tale da soddisfare, sia la richiesta proveniente dai Rom, che quelle avanzate dalla popolazione pescarese o dagli immigrati.

Il comune di Pescara ha ottenuto dall’Europa 11 milioni di euro per finanziare il progetto “Urban”, un finanziamento concesso proprio grazie alla stanzialità dei rom. Fondi usati per migliorare le abitazioni, le  strutture, e dare una sistemazione dignitosa alle famiglie. L’ultimo censimento, effettuato su Pescara, ha rilevato la presenza di 1032 rom italiani residenti, più di 480 rom rumeni, sempre residenti; altri 400 italani, non residenti, alcuni Bulgari, altri Macedoni. Parliamo di circa 2000 persone nel territorio.

Esiste però il problema della mancanza d’integrazione. Ciò fa si che molti di essi entrano nel circuito panale e non escono più, se non aiutati da un processo d’integrazione serena. Recentemente siamo riusciti, attraverso un lavoro decennale, con l’aiuto di alcune professionalità rom, a coinvolgere circa 126 famiglie della costa Adriatica nel  dare vita ad un’associazione di promozione sociale il cui obiettivo è quello di trasformarsi, a breve, in una fondazione di famiglie rom attiva nel sostenere e promuovere iniziative di ordine sociale e culturale. Sarà  compito della Fondazione soddisfare quei bisogni che il comune non è in grado di supportare. A Pescara, cito questa città perché è la più numerosa, il 23% della popolzione Rom delinque, un altro 25% si è integrato, il rimanente 52% vive in un limbo, fortemente a rischio di entrare nella spirale  dell’illegalità e non uscire più. Le politiche d’integrazione servono proprio ad evitare che quel 52% inizi a delinquere, e a consentire a chi già è all’interno di dinamiche criminali, di uscirne, e reinserisi in un percorso di legalità. Le attività che stiamo portando avanti nel territorio sono possibili perché esiste un’associazione rom di antico insediamento, e grazie all’ottimo lavoro svolto in passato da un parroco illuminato – Continua Guarnieri -. Negli altri territori è possibile ottenere tutto ciò ma bisogna coinvolgere la società civile in collaborazione con le professionalità rom.

Una delle maggiori difficoltà è la discriminazione – dichiara Guarnieri -. Ho fatto un giro qui in città. Parlando con un alcune famiglie ho capito che il livello discriminazione è massimo. Servirebbe un’assistenza legale per combattere l’ondata discriminatoria, altrimenti il rischio di uscire dai binari della legalità è altissimo. Anche qui a Frosinone sarebbe necessario un maggior collegamento ed  un’interazione con la società civile. Iniziare ad avanzare qualche proposta che sia di stimolo per il territorio.

E’ necessario prendere atto che la maggiore parte dei rom sono italiani. Un errore commesso negli ultimi trent’anni è stato concentrarsi sui problemi dei rom stranieri, che indubbiamente sono i più deboli e più facilmente inseribili in un’ottica di ordine emergenziale e di sicurezza. Si è completamente trascurato il discorso sui rom italiani. Dei 150.000 rom presenti in Italia, 90.000 sono cittadini italiani. I rom italiani, a Pescara come a Frosinone, conoscono la lingua, sanno quali sono gli uffici a cui rivolgersi per assolvere alle incombenze burocratiche, le strutture pubbliche disponibili. Le popolazioni straniere, residenti nei campi nomadi, invece, hanno bisogno dell’aiuto. Un’associazione, ad esempio,  che accompagni a scuola i bambini con il pulmino. E’ un modo per strumentalizzare il disagio.

I rom italiani non sono inseriti nella legge 482 sul riconoscimento delle minoranze. Hanno incluso  2000 Occitani, ma  non hanno riconosciuto 90.000 Rom italiani. Ciò da la misura su quale speculazione politica, ma anche del privato, si alimenta  sulla realtà rom. Oggi è fondamentale conoscere bene i problemi, i bisogni e dare delle risposte concrete a quei bisogni. Per individuare le reali necessità è decisivo che ad operare  ci siano soggetti in grado di capire le problematiche e di conseguenza fornire risposte adeguate”- così insiste Guarnieri.

Recuperare alcuni aspetti della cultura rom sarebbe un grosso passo avanti per tutti – dice Gualtieri -. Nella tradizione romanì insistono valori forti come  il rispetto per la  famiglia. Un valore importante se inserito in una società, come quella italiana, in cui il senso di famiglia si sta sgretolando. Ci sono diversi  aspetti della cultura rom molto utili se promossi nel modo giusto. Gli stereotipi sono infiniti, si dice che gli zingari rubano i bambini, ma non c’è mai stata una sentenza che abbia condannato uno zingaro per rapimento di minore. Ovviamente  ogni regola ha la sua eccezione, non è da escludere che qualche disgraziato lo abbia fatto, ma qualora venisse scoperto è la stessa comunità che lo denuncierebbe. La mitologia negativa sui rom è ricchissima. Molti chiedono perché i rom hanno problemi.

Provo a fare un ragionamento semplice. Qualsiasi popolazione trovandosi di fronte ad un rifiuto costante attiva degli atteggiamenti difensivi: una sorta di resistenza etnica. Un esempio. Può accadere che una famiglia rom non mandi un bambino a scuola perché ha paura che diventi “Gagè”, ovvero perda la sua cultura. Due sono le azioni  principali della resistenza etnica: o la violenza o la chiusura in se stessi. Ebbene la comunità rom ha operato questa seconda scelta, impedendo alla cultura romanì di evolversi, in mancanza di un confronto con le altre culture.

E’ notorio che le culture si evolvono se si confrontano fra di loro. In mancanza di questo confronto la cultura romanì rimane soffocata, statica. Questa staticità potrebbe portare alla sua morte. Il rischio che la cultura romanì possa scomparire è reale, anche se è stata riconosciuta dall’Onu come patrimonio dell’umanità. Il riconoscimento di minoranza liguistica sarebbe un passaggio fondamentale per iniziare il recupero della lingua. Anche qui il problema è politico.

Esistono quattro processi di acculturazione a cui una minoranza può accedere per vivere bene nel proprio territorio: la prima è l’integrazione, ossia il confronto fra la cultura propria alla minoranza e quella del paese che la ospita. Il risultato è integrare nel proprio vivere sociale le parti positive di entrambe le culture. Sarebbe la via maestra. Poi esiste l’assimilazione, ovvero la minoranza rinnega completamente la propria cultura e assimila completamente quella della comunità dove vive. Di fatto un rom rinuncia al suo status culturale di Rom, rinunciando però anche alla sua storia personale. Un individuo che rinnega la  sua storia perde qualcosa anche come identità. A seguire esiste la segregazione, in pratica  i campi nomadi, dove la cultura rimane imprigionata senza possibilità di confrontarsi con le altre. Infine  c’è la marginalizzazione, ossia il rifiuto della propria cultura e di quella altrui. Sicuramente è una modalità di vita quasi bestiale. In Italia sono stata attivate solo politiche inerenti la segregazione le altre sono state ignorate.

Per tornare al linguaggio, esiste una lingua standard, coniata a livello europeo, che i rom non conoscono – spiega Guarnieri -. In Italia ci sono venti Regioni a cui corrispondono 20 dialetti e nell’ambito di ogni regione se ne sviluppano di ulteriori che variano da città a città. Nella lingua rom esiste semplicemente una lingua standard e 18 dialetti. Bisogna però insegnarla questa lingua standard, perché un rom macedone ed uno italiano parlando dialetti diversi, non si capiscono. Serve un imponente lavoro per recuperare quest’idioma.

Il romanì è l’unica espressione linguistica indoeuropea rimasta ed è una lingua di trasmissione orale. A settembre, in Spagna, ci sarà un primo tentativo,  a carattere mondiale di affrontare la questione della  della lingua. In altri paesi è stata riconosciuta la minoranza linguistica rom, per esempio in Norvegia, Spagna, Ungheria, Bulgaria e in molte altri. Anche la Sardegna, attraverso una legge regionale, ha riconosciuto le minoranza linguistiche presenti sul territorio, tutte le minoranze, non solo quella Rom. L’Italia su questo aspetto è ancora molto indietro. Il discorso sulla lingua è difficile da affrontare. Presso la Sorbona [Università] di Parigi è stato redatto un opuscolo che parla specificatamente  della lingua romanì. Ci  hanno lavorato personalità della cultura rom, fra cui il musicista Santino Spinelli. E’ la prima pubblicazione sulla grammatica romanì ad entrare nel circuito editoriale, anche in Italia.

Ma per proseguire su questo discorso ci vogliono fondi, strutture. Sono stati proposti molti progetti per i rom, gli “equal”, ad esempio, da 800-900.000 euro. Non hanno avuto seguito, così come  altri progetti europei. La causa è la mancanza di un contatto diretto con le persone rom sul territorio. L’Europa ha pianificato una strategia per i rom da attivarsi nei paesi dell’Unione. Per l’Italia il punto di contatto è l‘Unar. Sarà un altro flop, temo, un ulteriore spreco di risorse pubbliche. Una strategia fallimentare perché non indirizzata nel modo giusto. Gli stanziamenti europei,  a sostegno di progetti per i Rom, ammontano a 300 milioni di euro per il periodo 2012-2020 da divedersi tra qui Paesi che li propongono. Ci sarebbero le risorse per fare un bel lavoro, il rischio è che i fondi vengano utilizzati per foraggiare il politico di turno o l’associazione a lui vicina.  – conclude Guarnieri.

Una cosa importante, però, che alle attività che la costituenda fondazione metterà in campo dovranno partecipare in primo luogo i rom per acquisire consapevolezza sulla possibilità di esigere i loro diritti. Se non sono i rom stessi a partecipare attivamente non si andrà molto avanti! E’ necessario che anche nelle federazioni non siano sempre le stesse persone a essere i punti di riferimento, altrimenti l’assocazione si appiattisce sull’individuo che la manda avanti. E’ dunque necessario invitare alla partecipazione il più alto numero possibile di rom; ne va della qualità del processo democratico. E’ un principio che vale per tutte le associazioni non solo quelle Rom. La partecipazione e la gestione condivisa sono principi democratici che valgono per tutte le realtà associative.”

 Dopo questa trattazione prosegue l’analisi, attreverso una fotografia della comunità Rom di Frosinone illustrata da Umberto Spada. In essa un particolare rilievo è dato alla scuola.

Spada inquadra la situazione partendo dai dati sulla scolarizzazione. “In realtà i dati raccolti non sono recenti perché forniti dal comune di Frosinone due anni fa – spiega Spada -. Esistono una ventina di ragazzi in età scolastica, dai 6 ai 16 anni. La comunità locale rom è composta da 200 individui, si contano fra le 40 e 50 famiglie. Giova ricordare che nel mondo rom la semplice convivenza è sufficiente  per considerarsi marito e moglie. Senza atti ufficiali si può dare luogo ad  un nucleo famililare. La difficoltà di scolarizzazione è presente da sempre, sin dal 1950, da quando rom italiani arrivarono a Frosinone, provenienti da  paesi vicini: San Giovanni Incarico, Arce ed altri. Sappiamo benissimo che l’80% dei ragazzi non termina la scuola dell’obbligo, cioè non arriva alla terza media. L’ordine dei problemi, che non hanno mai avuto risposte efficaci, pone al primo posto una conclamata impreparazione della scuola ad  accogliere il bambino rom. Oggi gli istituti pianificano molti progetti, ma  mai coinvolgono le minoranze. Importante sarebbe l’avvalersi di mediatori culturali preparati” – conclude Spada.